'Per l’affermazione di una vita degna di essere vissuta – Cantare le lodi di un mondo migliore', antologia del concorso artistico e letterario nelle sue otto edizioni dal 2003 al 2010, promosso dalla Fondazione “Ilaria Favara e Lucia Messina”.
Gaia sapeva che doveva farlo : andarsene dalla città. Viveva a Catania e non riusciva più a respirarne l’aria.
Andava al mare ma non riusciva più a sentirne i sussurri.
Voleva letteralmente ‘’cambiare aria’’,anche se sapeva che l’aria è sempre una e ciò che è marcio in parte di essa è come un cancro che si diffonde inesorabilmente in tutta la sua interezza. Aveva visto un film dove un pescatore giapponese,che viveva in un villaggio isolato ed intatto,diceva ad un uomo di città:’’ Avete intaccato il cuore della Terra,la sua Aria e la sua Acqua. E visto che noi uomini ne facciamo parte integrante,ci stiamo togliendo respiro e linfa. Pensaci.’’
E lei ci ha pensato su seriamente. Scappare verso il limpido e l’azzurro.
Non solo per ciò che fisicamente la circondava,ma anche per quello che le mancava.
Era convinta che ogni qualvolta la vita la metteva in difficoltà,bastava stare in silenzio,sola con il suo turbamento,a guardare il mare: e se dapprima le onde sembravano agitate,piano piano davano lei l’impressione non più di schiaffeggiare gli scogli,ma di carezzarli dolcemente.
La natura come consolatrice. Tutto della natura. Per lei era questo il motivo per il quale la Terra esisteva: terapia dell’uomo che dentro di sé non porta perpetua serenità,agitato da passioni e contraddizioni che si stemperano sotto un dolce sole,o con il canto di un gabbiano.
Stava lì in spiaggia e scriveva su ciò che provava,voleva,o avrebbe amato. Tutto nero su bianco,sul suo quaderno un po’ sgualcito:
Anassagora proclamava il suo cosmopolitismo. Alla domanda: ''Non t'importa niente della patria?'',così rispose: ''Taci,m'importa molto della patria.''. E indicò il cielo.
Anch'io come lui vorrei volgere gli occhi al cielo e sentirmi padrona di casa di una nuvola,amica di chi in cielo vola,spiega le ali. E abbatterei aerei,elicotteri e rumori che spezzano il silenzio azzurro e pungente dell'aria. L'aria attraversata dai raggi del sole che arrivano a me e mi riscaldano in quegli attimi dove si fa spazio la sensazione di gelo alle ossa e lungo i margini del cuore.
Sentirsi sereni in ogni luogo,senza rinchiudersi in uno spazio asettico,che nascita non dà ai ricordi né tanto meno ai pensieri. Ricordi e pensieri invece concessi dagli odori e dai sapori,generosamente: tirar fuori da te quel flusso di coscienza e quel tempo antico che di mano sfugge e dalla mente transita. Il tatto poi,che in giorni in cui le dita sfiorano plastica e non accarezzano carta e carne,abdica dal trono dei miei sensi. Giunge la vista a placare ciò che non comprendo: il verde delle colline sinuose,che non sono aspre e misteriose come le montagne né piatte e rilassanti come le pianure; l'azzurro di un cielo cangiante,che è sempre arcobaleno percorrendo il cerchio del tempo,che piange quando aggroviglia le sue nuvole,che accoglie il sole come una sposa ed inonda il mondo di luce,’’ luce che trasforma il mondo in un giocattolo.’’
Meravigliarsi di ciò che ci circonda,che ci è stato dato ed è terapia all'uomo,curarsi di una terra che geme sotto una coltre di cemento,che soffoca nel suo respiro inquinato, infetto. Nessuno ci pensa alla Signora Terra?
Movimenti veloci,intensi ti fanno volare controvento. Ma a me piace soffiare alle mosche e alle farfalle:tutti gradiscono una ''mano''.
Gaia pensava che è meglio vivere in un luogo e non uno spazio,in un posto dove tutto è profumato di significato. Niente di seriale,come in città o ai centri commerciali. La massa si dirige sempre verso posti simili. Li affolla,se ne appropria impunemente. La folla:attrice principale nello scontro tra ambiente tecnologico e natura,che per avere le comodità del primo si sottopone costantemente a stress lavorativi,esistenziali e ambientali,sfruttando la natura e ponendosi al di fuori,sopra di essa. Bisogna rigenerare questa vita; vita che ci turba,ci priva di equilibrio e così consuma se stessa.
Finì di pensare a ciò e si alzò dalla sabbia,se la scrollò un po’ di dosso sorridendo,e si diresse verso casa.
Gaia era una ragazzina particolare,studiava tanto e leggeva ancor di più: il personaggio che più l’aveva rispecchiata e influenzata era una certa ‘Margherita Dolcevita’. Anche questo personaggio nato nel suo secondo mondo,o meglio il mondo parallelo dei libri, pensava a ricercare l’armonia nella natura,e non in altro. Dono misterioso che ci ritroviamo fra le mani,ma che allegramente avveleniamo e perdiamo. Gaia,vedendo il mondo gemere,perdeva una parte di se stessa.
Fin da piccola aveva amato starsene sdraiata sulla sabbia,sulla terra e a camminare a piedi nudi un po’ ovunque. Le piaceva sentire il contatto con ciò che la sosteneva,non voleva smarrire la sensazione che le dava questo contatto. Adorava far spaziare le sue pupille tra le stelle,giocare ad inventare costellazioni nuove: la costellazione del cagnolino con tre zampe,quella dei biscotti dispari,quella a forma di ananas,e così via. Il cielo era il suo cortile da ricreazione,appunto.
Una ragazzina silenziosa,in costante ascolto col mondo circostante.
Ma nonostante tutto,anche lei aveva da risolvere spesso i suoi dissidi interiori,e lo faceva scrivendo,immersa nel mondo.
Frequentava la facoltà di lingue straniere,perché il suo sogno era girare il mondo,parlare con le persone ed assorbire frammenti di storie. Crescere,insomma. Fuori da ogni limite geografico,fuori da gabbie invisibili per riprendere i contatti umani. Voleva essere una cittadina del mondo,portare avanti il patriottismo dell’uomo e non di una nazione o un’etnia. Non aveva mai amato le discriminazioni,di qualsiasi tipo:sesso,razza,religione. Tutte illusioni,bugie che l’intelligenza smascherava e condannava. Studiava lingue perché in ogni uomo non c’è un solo uomo,non c’è un solo linguaggio: c’è vita,movimento e molteplicità. E lei voleva muoversi più che mai,forte della sua giovinezza e delle sue strambe idee.
Adesso il suo stato d’animo era inquieto per la sua decisione di partire,di lasciare a 21 anni la propria famiglia e la terra dove iniziarono ad essere innaffiate le sue radici. Voleva andarsene per trovare il ‘’suo posto’’,l’atmosfera adatta alla sua personalità,perché tutti ne abbiamo una,alla quale bisogna dare l’ambiente giusto: come un pesciolino in mare e non all’interno di una boccia,che gira in tondo non trovando altro che un muro invisibile davanti a sé,come schiavo di ciò che non vede. Quindi cercava la propria dimensione,concreta,per vivere serena,in armonia,senza costrizioni. Senza far violenza sulla propria personalità,su quel che lei ‘era’. Ed è questo essere costretti ad indossare un abito che ci va stretto che spesso ci rende violenti o ansiosi. Senza pace. Ma lei la voleva,nella sua unica e più bella vita: l’essenziale pace. Il quieto senso.
(continua...)
Rosa Lo Cicero
vincitrice "premio della critica 2010"
Nessun commento:
Posta un commento