Il 23 maggio del 1992 il "magistrato tenacemente impegnato nella lotta contro la criminalità organizzata" con il pool antimafia, di cui faceva parte anche il suo amico e collega Paolo Borsellino, veniva ucciso dalla mafia con una una carica di cinque quintali di tritolo posizionata in una galleria scavata sotto la sede stradale nei pressi dello svincolo di Capaci ed azionata tramite un telecomando dal sicario Brusca posizionato in una collinetta, incaricato da Totò Riina. A morire in quell'assurdo progetto della mafia terrorista e sanguinaria, nonché impaurita dall'azione del pool, furono anche la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta: Schifani, Montinari e Di Cillo.A quasi ventanni da quel tragico avvenimento per la Sicilia e per la giustizia italiana ricordiamo uno dei suoi interventi:
« La mafia non è affatto invincibile. È un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha avuto un inizio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni. »
A volere sia Falcone che Borsellino all'interno del pool fu Antonino Caponnetto, le cui lacrime e la frase "è finita" sono rimaste impresse nella nostra memoria. La sua dichiarazione "Li sento sempre vivi, più vivi che mai. Ho l'impressione che veglino dall'alto proprio su di me" aprì lo scenario alle manifestazioni che i cittadini fecero in difesa della memoria dei magistrati morti da eroi italiani. I più forti simboli dell'orgoglio e della fierezza di essere siciliani, dove non tutti sono invischiati dalla piovra mafiosa e personalità forti e decise come Giovanni Falcone lo dimostrano. Le vostre idee camminano sulle nostre gambe.
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