L’IMPRESSIONE PERSONALE DI UNA SPETTATRICE DI PASSAGGIO
Dal
momento in cui è stato presentato al Festival di Cannes, fino al
momento della sua premiazione da parte di una delle principali
vetrine del mainstream
cinematografico di origine statunitense, ovvero il Golden Globe,
questo film, in un modo o nell’altro, ha lasciato un segno. Unendo,
dividendo, osservato da più punti di vista, dà spazio ad una
critica a vari livelli: valore tecnico, artistico, contenutistico;
valore obiettivo, valore commisurato alla mediocrità del grande
cinema italiano, valore commisurato ai canoni stranieri, valore
misurato dai severi critici italiani e non. Non
essendo né cinefila e nemmeno genericamente appassionata di film,
non voglio entrare in questa critica, non ne sarei capace. Perché
scrivere qualcosa in merito allora?
Perché, uscita dalla sala, quasi stordita, non sono riuscita a rientrare velocemente nella realtà, abbracciando subito lo spirito del classico contesto post-cinema tra amici: chiacchiere, sigaretta e qualche risata. Il film aveva toccato in me qualche corda mai suonata ma di cui avvertivo la piena esistenza, senza averne piena coscienza. Di per sé ciò non è cosa rara. Approssimativamente si potrebbe dire che è questa una delle principali funzioni dell’arte. Ma rinsavendo, pensai che tale sensazione poteva essere attribuibile solo al mio non essere abituata al linguaggio filmico e cinematografico. Quella poteva essere quindi la reazione di chi prova stupore nei confronti di qualcosa che non conosce bene; una reazione che potevano provocarmi tanti altri bei film, mai da me visti. Ma non si trattava solo di questo. Ho elaborato una mia personale visione di quello che nei contenuti, più o meno bene esplicitati, il film potrebbe esprimere, anche al di là possibilmente delle intenzioni del regista, quindi della sua consapevolezza. Ha toccato, secondo me, quelle particolari corde che legano l’uomo a filo stretto con il presente in cui vive, facendone venir fuori le contraddizioni più profonde, ancora non del tutto esplicitate dall’assimilazione storica.
La
mia considerazione parte dal sorriso beffardo e "giocondiano"
del protagonista, che ne fa, per così dire, una Monnalisa
contemporanea, consapevole delle forze che animano il mondo ma ferma;
dentro e fuori a questo mondo; giudice di qualcosa ma allo stesso
simbolo di quel qualcosa.
Il
protagonista è tanto immerso in un mondo di decadenza e dissolutezza
(ne è addirittura leader
e quasi un fautore), tanto possessore delle chiavi giuste per
criticarlo e potenzialmente rovesciarlo. Ma non lo fa. Questa
contraddizione interna al protagonista sembra essere proiettata nello
scenario prescelto: l’estrema bellezza architettonica, artistica e
storico-culturale del passato della Capitale e l’estrema
dissolutezza morale di una borghesia connotata da una perdita di
valori senza precedenti. Sembra la contraddizione e la paralisi di
una
sorta di “Ultimo uomo borghese”, che si fa cullare da
un’agiatezza economica, ormai non perpetuabile alle generazioni
future, e che sembra rinunciare definitivamente ad utilizzare gli
strumenti di critica forniti dai residui di un sistema culturale e
valoriale un tempo generatore di passioni.
Altri
personaggi, privi ormai completamente di quei residui valoriali,
vivono in un sonno perenne. Altri emettono l’urlo silenzioso di chi
è incazzato, confuso e programmaticamente impotente.
Quella
del personaggio e strada maestra dell’intero film è, secondo la
mia impressione, una
veglia, con il sorriso in bocca, di chi sa ma che ha rinunciato a
mettere il sapere al servizio della trasformazione della storia. E' isolato e la bellezza che ha di fronte resta statica e svuotata di pregnante significato.
L’abbandono
delle passioni positive è conclamato da un amore che vive solo nel
ricordo e da una religione moribonda nella figura della “santa”.
Non più incline a vivere la storia e le sue contraddizioni con la
“tragicità” ereditata dal mondo greco, egli si abbandona ad un
atteggiamento diverso, quasi opposto e per il descrivere il quale non
mi viene in mente nessun aggettivo. Tra i contrari di “tragico”
si trova nel dizionario: “comico, ridicolo, farsesco, umoristico,
leggero, brillante”. Non a caso nel film queste declinazioni ci
sono tutte. Il punto è che non ci sono le intenzioni della commedia!
Da qualcuno è infatti considerato l’inventore di un nuovo
linguaggio cinematografico, ben compreso ed espresso anche dal grande
Toni Servillo. Posto che sia davvero così, dovremmo
interrogarci se ci siano nella nostra società nuove connotazioni
dell’uomo, storicamente considerato, che hanno bisogno di essere
espresse.
Che il suo presunto nuovo linguaggio sia adeguatamente posto al
servizio di questa tendenza è un giudizio che lascio a persone
senz' altro più esperte di me.
Chissà
poi se altri film, e chissà quanti, e possibilmente migliori, hanno
portato uno spettatore alla medesima riflessione. Poco mi importa in
questa sede. E’
un film che ricorderò semplicemente perché mi ha fatto immedesimare
molto e poi interrogare sul nostro posto nella storia dell’uomo.
Non
so se Sorrentino avesse avuto realmente queste intenzioni. Anche il
cinema è espressione del c.d. “spirito del tempo” e con lo
sforzo artistico a volte si arriva prima di quello intellettivo.
Intendo che la realtà spesso prima “si sente” e poi si riesce a
pensare”.
Piccola
nota sul finale/futuro:
il protagonista, prima anestetizzato nella sua ispirazione dal nulla
che lo avvolgeva, alla fine riprende a scrivere. Saranno i tempi
maturi per accogliere la Grande Bellezza?
Vanessa Aiosa
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